Dalla disfatta della Baia dei Porci allo strangolamento economico di oggi: come la pressione di Trump mira a far crollare definitivamente il regime castrista.
Non era una notte buia e tempestosa a Cuba. Una brezza leggera passava dal mare alla terraferma e la luna governava la spiaggia di Playa Giron. D’improvviso le piccole onde si fecero stranamente più forti e dall’acqua caraibica sbucarono molti uomini, circa 1.400. Erano fuoriusciti cubani, addestrati dalla Cia, e spediti sull’isola per conquistarne una parte in attesa di quella sollevazione popolare anticastrista che l’arroganza americana dava per certa.
Finì come la Storia racconta. L’imbarazzante tentativo di invasione – era l’aprile 1961 – venne facilmente neutralizzato dall’esercito cubano e gli Stati Uniti rimediarono una netta sconfitta sul campo e una clamorosa disfatta in termini di immagine sulla scena mondiale. Ancora oggi all’ingresso di Playa Giron un cartello ricorda, con evidente orgoglio, la “prima sconfitta dell’imperialismo Yankee in America Latina”.
Kennedy e i suoi si leccarono le ferite. Poi grandi riunioni. Rapporti, studi, e finalmente dalla Casa Bianca ecco l’hamburger perfetto: “el bloqueo”, l’embargo commerciale, economico e finanziario che cominciò lentamente, inesorabilmente a strangolare La Isla Grande e i suoi abitanti.

Il declino del sostegno e lo strangolamento economico
Sono passati 65 anni dallo scacco yankee nella Baia dei Porci. Decenni nei quali la boccheggiante economia cubana è stata faticosamente sostenuta dalla Russia e dal Venezuela. Nel tempo però Mosca ha stretto i cordoni della borsa e Caracas pure. Chavez prima e Maduro poi hanno ridotto i flussi di petrolio, mentre l’inflazione galoppava e la produzione interna di zucchero e tabacco precipitava.
Oggi Cuba è al buio. I blackout sono diventati la norma, il cibo scarseggia, le medicine sono un miraggio. La rivoluzione, quella che doveva essere il paradiso dei lavoratori, si è trasformata in un incubo di privazioni. Il regime di Miguel Díaz-Canel prova a resistere, ma la pressione interna ed esterna è ai massimi storici. Ed è qui che la strategia di Trump trova il suo terreno più fertile.
L’esilio totale e il richiamo di Miami
“L’esilio è una malattia che non si cura, che ti impedisce di essere dove sei e di essere chi sei, ma che ti permette di godere di essere chi saresti stato se non fossi mai partito, con il vantaggio di non dover mai affrontare la delusione di essere chi meriti di essere nota” disse in una intervista lo scrittore cubano Guillermo Rosales, autore del bellissimo La casa dei naufraghi. Il protagonista fin da subito chiarisce: “Sono scappato dall’isola e da tutto ciò che le appartiene. Non sono un esiliato politico, sono un esiliato totale”. Rosales si uccise a Miami nel 1993. Aveva 47 anni.
Molti dei cubani che lasciarono l’isola 66 anni fa oggi non ci sono più. Ma i loro figli tifano per Trump. Vedono nel cambio di regime un cambio di passo: l’avvio di rapporti economico-commerciali di tutto rispetto, senza dimenticare il rientro di capitali cubani nel paese in valuta pregiata. E ancora il turismo di massa dagli States. Sognano di trasformare Cuba in una miniera d’oro, l’isola dai grandi affari. Si chiamerà benessere e maschererà gli effetti corrosivi dei flussi finanziari capitalisti. Il comunismo sparirà dai gangli ideologici, politici e burocratici.
L’incognita del futuro e l’ombra dell’opportunismo
E molti cubani rimasti nell’isola si chiederanno perché non è accaduto prima. Li rimandiamo a una terribile quanto illuminante conversazione all’interno del romanzo di Roberto Ampuero Il sicario di Fidel: “Io non sono affatto filocastrista, Gloria, e non sono nemmeno uno di quei cubani che, quando se ne vanno all’estero, si scordano come funziona il paese o sminuiscono quello che succede qui; ma vorrei tanto che qualcuno mi spiegasse come mai il regime è durato così a lungo”. “Perché ormai siamo diventati tutti degli opportunisti senza palle”, rispose lei abbassando lo sguardo.
Forse la risposta è tutta qui, sospesa tra la paura di cambiare e la disperazione di restare uguali. Ma con Trump alla Casa Bianca, il tempo delle risposte sembra essere finalmente arrivato.